CAGLIARI 13 MAGGIO MARCIA PER LA NONVIOLENZA E LA PACE

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CIRCOLARE NAZIONALE MAGGIO 2012

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Circolare Nazionale – Maggio 2012
a cura della Rete di Lancenigo – Maserada – Spresiano (TV)

In un’inchiesta condotta negli anni ’90 tra gli alunni di scuole elementari e medie di tutta Italia, per rilevare le emozioni suscitate dall’incontro con i “diversi” la parola “nero” venne spesso associata dai bambini con “sporco”, “povero”, “disorganizzato”, “brutto”, “incapace di provvedere a sé stesso”, e così via (v. P. Tabet – “La pelle giusta” – Ed. Einaudi).
“Se i miei genitori fossero neri non era tutto uguale” – dice uno scolaro di terza elementare. E continua: “Avranno siringhe, droghe, pistole, mitraglietta, sigari con dentro la droga, tutte cose per ladri”.
“Io se fossi nero – afferma un coetaneo – … farei tutto con malvagità. Andrei per le strade a vendere cose. Abiterei nei posti sporchi”.
Un uso razzista del linguaggio ha dunque caricato la parola “nero” di significati che vanno ben al di là della semplice connotazione di un colore.
La parola, infatti, non è emotivamente neutra: ci viene comunicata in un contesto in cui valori, sentimenti ed immagini fanno un tutt’uno con ciò che si vuole identificare.
C’è in proposito in “L’obbedienza non è più una virtù”, una pagina bellissima in cui don Milani nota come l’idea del comunismo, che egli non sembra condividere, arrivasse ai suoi alunni attraverso i valori incarnati dai loro padri, che in esso credevano, e come, perciò, la dissociazione tra i sentimenti filiali e quelli politici sarebbe stata ardua, forse impossibile, oltre che crudele.
Una riflessione sul linguaggio, dunque, anche (o soprattutto) in tempi di crisi e di angoscia come l’attuale, non è un lusso da intellettuali, perché è nella parola che si trasmettono valori e convinzioni, contribuendo potentemente a formare le coscienze ed a costruire la cultura di una comunità.
Non a caso chi vuole ottenere o mantenere il potere, della parola fa un uso molto oculato e mirato.
Basterebbe pensare al termine “comunista” sulla bocca di Berlusconi e dei suoi seguaci, in un tempo in cui il comunismo reale è quasi del tutto scomparso. Che esso significhi liberticida, statalista, o semplicemente, chi-non-la-pensa-come-me, da semplice (e ambigua) definizione, quel termine, usato in un certo modo, mira ad evocare paure, soprattutto quelle della povertà e della mancanza di libertà. All’opposto “liberismo” viene sempre presentato come sinonimo di libertà e benessere. A chi verrebbero in mente i milioni di impoveriti che per secoli hanno garantito ad altri quel benessere, pagandolo con infiniti stenti e spesso con la stessa vita? Basterebbe ricordare lo sfruttamento delle miniere di coltan in Congo, o di quelle d’oro in Guatemala, operato dalle multinazionali senza scrupoli, incuranti della vita e della salute degli abitanti (come si è visto a Rimini) in modo disumano ed irresponsabile ecologicamente. C’è bisogno che quanto è successo in Grecia si estenda a noi, perché cominciamo ad associare “neoliberismo” e “capitalismo finanziario” con miseria e mancanza di diritti?
Nella storia del recente passato, comunque, potremmo trovare importanti esempi dell’uso politicamente mirato delle parole. Dopo l’avvento del brigatismo, il termine “dissidente”, che dovrebbe semplicemente indicare qualcuno che non la pensa come gli altri, abilmente manipolato, attraverso una serie di equazioni successive, finì per significare “autonomo”, quindi possibile “anarchico” e per tanto tendenzialmente “brigatista”. Nel sindacato, che prima svolgeva un’opera fondamentale di coscientizzazione della propria base e di formazione dei quadri intermedi, attraverso incontri in cui tutti erano invitati ad intervenire liberamente, il confronto divenne sempre meno partecipato: la paura di essere emarginati ed additati come potenziali brigatisti, fece tacere il dissenso, e portò ad allineare tutti sulle posizioni dei vertici. Così moriva la democrazia sindacale.
Ma anche il non-uso, l’occultamento della parola, è un modo per orientare l’opinione pubblica, addormentandone la coscienza. E’ stato più volte osservato, ad esempio, come la parola “guerra” sia scomparsa dalle cronache quotidiane. Essa evocherebbe immagini di rovine, traumi, sangue, corpi dilaniati, rapporti dilacerati. Ecco allora il pullulare di sinonimi più neutri: conflitto, intervento umanitario, o preventivo, azione di polizia internazionale, mentre alle vittime si accenna come ad “effetti collaterali”. Anche un’analisi della parola “donna” nei conflitti ci farebbe capire a quale rango è, in realtà, ancora delegato il genere femminile: ha scarsissima voce in capitolo nel decidere la guerra, ma poi ne è il bersaglio privilegiato, attraverso il quale colpire l’uomo; non le si riconoscono, cioè, le prerogative di una persona.
Analizzare il linguaggio è anche importante perché può farci capire fino a che punto condividiamo, magari inconsciamente, valori o disvalori che consciamente combattiamo.
Al Convegno di Rimini è stato posto l’accento, a questo proposito, su due espressioni: “mercato del lavoro” e “proprietà privata”.
Della prima wikipedia offre la seguente definizione: “E’ quell’insieme di meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca di occupazione, e che sottostanno alla formazione dei salari pagati dalle imprese ai lavoratori”.
Tutto apparentemente neutro ed ineccepibile. In realtà, se il termine “mercato” porta con sé immagini di merci, animali, oggetti che vengono scambiati o venduti, “lavoro”, richiama un’attività ma non necessariamente chi la compie. Ed invece dietro queste parole ci sono le persone, con la loro umanità, i sogni, le sofferenze, i carichi di famiglia, le aspettative e la qualità stessa della loro vita.
Com’è possibile parlarne come di merci?
Quanto all’aggettivo “privato” aggiunto a “proprietà” non ci sembra proprio scontata la risonanza acquiescente che suscita in noi. Non c’è dubbio che, se un imprenditore mette in gioco il suo capitale per creare un’impresa, quell’impresa originariamente gli appartiene. Ma quando essa si è affermata in un territorio, è cresciuta, si è arricchita del lavoro di quanti vi operano, delle strutture che il territorio ha messo a sua disposizione, dei rapporti economici che si sono creati intorno ad essa, garantendole acquisti e vendite, magari del denaro pubblico elargito nei momenti decisivi (v. ad es. gli incentivi per la rottamazione o la Cassa Integrazione), può ancora l’imprenditore considerarsene l’unico proprietario, e pensare di poterla modificare, chiudere, delocalizzare, senza nemmeno consultarsi con chi vi opera, solo per salvare un profitto esclusivamente suo?
“Il lavoratore non è una merce – grida monsignor Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione CEI per il Lavoro – non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio”. Affermazione forte e chiara di chi non cade nel tranello di parole che, essendo di uso corrente, non fanno più scandalo.
E’ giunto quindi il momento di considerare il linguaggio e la parola beni comuni. Essi infatti caratterizzano gli esseri umani, che se ne servono per costruire il mondo. Ma mentre nella comunità in relazione la parola vive e muta col contributo e l’attenzione di tutti, quando la relazione non c’è essa diventa una “cosa” che non si controlla più, viene data come una verità indiscussa che non permette evoluzioni, cambiamenti, né tanto meno critiche.
Siamo allora tutti invitati ad operare un controllo sulle parole, chiedendoci se abbiano ancora il significato che tutti sembrano attribuire loro.
Ne additiamo qui, per concludere, tre esempi:
Mercato = è davvero oggi il luogo di incontro, promotore di civiltà, dove acquirente e venditore concordano il valore di scambio di un bene in modo da trarne reciproco vantaggio?

Democrazia = è ancora quella forma di autogoverno del popolo, che la esercita per lo più attraverso la scelta libera e consapevole dei suoi rappresentati? Quale libertà e consapevolezza vengono garantite da un’informazione manipolata o fuorviante?

Sovranità popolare = Abbiamo davvero la prerogativa di un sovrano, nel cui nome gli eletti ci governano? Ma allora perché perfino la volontà direttamente espressa dal popolo con un referendum può essere impunemente ignorata, o i soldi pubblici possono essere sperperati senza nemmeno percepire lo scandalo?

1° maggio 2012,
Rete di Lancenigo – Maserada – Spresiano (TV).

Pace pane e lavoro, di Giovanni Sarubbi

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Pace pane e lavoro, di Giovanni Sarubbi
ildialogo.org – 29/04/2012

intervento di Mustafà Barghouti all’assemblea a Washington di J.street

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Intervento di Mustafà Barghouti all’assemblea a Washington di J.street, staccatasi dall’ AIPAC negli Usa.

Luisa Morgantini

Assopacepalestina

MUSTAFA BARGHOUTI , leader palestinese
PARLA DELL’APARTHEID A NOI EBREI

Mustafa Barghouti agli ebrei americani di J .Street

“Lo so che non vi piace la parola apartheid, ma come chiamereste un sistema che da’ a un colono una quantità di acqua 50 volte maggiore rispetto ad un palestinese?”

Da Mondoweiss – 19 aprile 2012

Il 26 marzo alla conferenza di J. Street a Washington, DC, il leader palestinese Mustafa Barghouti ha descritto la situazione di apartheid in Palestina ad una platea largamente costituita di ebrei.
Durante il suo discorso, non si poteva sentire volare una mosca, in una sala affollata da 500 persone ammassate, che hanno potuto ascoltare argomenti a favore dell’opzione di un solo stato. Nelle settimane successive, le sue parole hanno avuto notevole risonanza.

E’ un miracolo, ma anche una tragedia, che tale descrizione delle condizioni dei palestinesi non sia mai stata pubblicata negli Stati Uniti. Qui di seguito vi è una parte sostanziale delle sue osservazionie, verso la metà del discorso, la sua descrizione a proposito dell’apartheid e della segregazione.
Verso la fine, egli spiega perché la resistenza non violenta e la solidarietà internazionale siano al giorno d’oggi le sole armi a disposizione dei palestinesi.

Philip Weiss

Parla Mustafà Barghouti:

“Permettemi di ricordare che indietro negli anni ’40 i palestinesi volevano una soluzione con un solo stato. Fu in seguito a forti pressioni internazionali e israeliane che il movimento nazionale palestinese decise nel 1988 di accettare un compromesso e questo compromesso fu una soluzione a due stati.
Quando trovammo un accordo su questo, accettammo anche di avere uno stato con il 22% della terra della Palestina storica, mentre avremmo dovuto averne il 44% secondo il piano di spartizione del 1947. Dunque si trattava di un compromesso molto doloroso. Durante gli ultimi 30 o forse 25 anni, ciò di cui siamo stati testimoni è un processo nel quale i governi israeliani hanno compromesso il compromesso.

Ed è per questo che oggi ci troviamo in una posizione oggi molto difficile.

Molti palestinesi, dopo la firma degli accordi di Oslo, oggi si sentono come se avessero scoperto di vivere in una situazione di inganno. Ovvero, la soluzione a due stati era stata intesa non per produrre realmente un’opzione di due stati, ma piuttosto produrre un sistema di segregazione e apartheid.
Il fattore principale che sta distruggendo l’opzione dei due stati e’ sempre stato presente, ed è dovuto alla continua espansione delle colonie.
Se i palestinesi hanno mai commesso un errore, questo è stato l’essere d’accordo nel firmare un accordo. (applausi).
Oggi chiedere ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati mentre gli insediamenti continuano è come chiedere a due uomini di sedersi attorno a un tavolo per negoziare circa un pezzo di formaggio, ove una parte si trova dietro muri e sbarre, ed è il pezzo palestinese, e l’altra parte viene mangiata dalla controparte.
E alla resa dei conti non c’è nulla su cui realmente negoziare, e questa e’ la verità.

In una maniera o nell’altra, il loro governo israeliano, il loro governo americano, la maggioranza delle persone coinvolte in questo gioco, stanno tutti mettendo nelle mani dei coloni il diritto di decidere circa il nostro futuro.
Questo è il problema. Con la prosecuzione delle colonie, l’intera soluzione di due stati diviene impossibile.

Ciò di cui oggi siamo testimoni è la creazione, o meglio il consolidamento, di un sistema di segregazione e bantustan.
Le proposte fatte ai palestinesi sono di stare tutti ammassati in ciò che è chiamata soluzione ad interim in meno del 37% della Cisgiordania, nella forma di ghetti separati l’uno dall’altro e avere ciò come soluzione dei loro problemi.
Alcune persone possono non gradire la parola apartheid quando diciamo che viviamo in un sistema di apartheid e segregazione, e capisco perché a voi non piacerebbe.

Perché non c’è nulla da essere orgogliosi nell’avere un sistema di apartheid nel 21o secolo. Ma, come ha detto Menachem Klein, noi realmente viviamo in questo sistema. Si tratta di un regime.
Cos’è l’apartheid? E’ un sistema ove vigono due leggi, due leggi diverse
per due popolazioni che vivono nella stessa terra. Se non vi piace la parola apartheid, datemi un’alternativa alla situazione ove un cittadino palestinese non può usare più di 50 metri cubi di acqua all’anno, mentre un colono illegale israeliano può usarne 2400.

Come chiamereste un sistema nel quale il salario medio annuo di un israeliano è di 30.000 dollari e di un palestinese meno di 1.400 dollari? Tuttavia siamo obbligati a pagare gli stessi prezzi degli israeliani per le merci, ma c’è dell’altro: siamo obbligati a pagare il doppio per elettricità e acqua rispetto agli israeliani, sebbene essi ne usino 30 volte di più rispetto a noi.
Un’altra questione riguarda la segregazione delle strade.
Questo è l’ultimo posto sulla terra, anzi il primo posto sulla terra, ove le persone sono segregate sulle strade.
Parlo delle strade nella West Bank, ove le vie principali
sono ad uso esclusivo di coloni, soldati e cittadini israeliani.
Il livello di violazione dei diritti umani è indescrivibile…. ci hanno fatto vedere l’esercito israeliano che usa cani contro i nostri contadini e attivisti non violenti nella maniera più crudele. Ciò ci ricorda ciò che avvenne negli Stati Uniti ai tempi della segregazione razziale.

Quindi il problema è molto chiaro. Naturalmente ci sono o due stati
o un solo stato. Ma la realtà è che ora siamo testimoni che, col passare del tempo, la gente rimarrà con una o due opzioni. O un sistema di apartheid e segregazione o un sistema con un solo stato democratico.

Questa è la scelta che dovremo affrontare tutti, a meno che non accada un miracolo ed io non so cosa sia un miracolo. La soluzione a due stati non avrà luogo, poiché il bilanciamento dei poteri è così inclinato verso una sola parte.

Per questo oggi stiamo optando per una resistenza non violenta e un forte movimento di solidarietà internazionale, poiché vogliamo cambiare l’equilibrio dei poteri.
Quando decidiamo che la soluzione dei due stati è morta?
Quale sarà il momento in cui entrambi decideremo che è finita e dire che la soluzione dei due stati non può più funzionare? Non lo so. Forse abbiamo già attraversato il confine,
o forse stiamo per passarlo.

Ma il fatto che voi ne state discutendo a questa conferenza oggi a Washington è indicatore del fatto che o l’abbiamo passato o stiamo per passarlo.
In secondo luogo, non c’è modo per poter avere uno stato ebraico democratico e continuare l’occupazione e l’oppressione di un altro popolo (applauso).

E’ impossibile. Non possiamo avere questa opzione.
Non solo poiché dal punto di vista morale essa è incoerente con la storia e la tradizione ebraica, ma anche perché noi palestinesi, come popolo, non accetteremo mai di restare schiavi dell’occupazione.
Questo bisogna capirlo.
Se l’opzione dei due stati muore, per favore capitemi, questa volta la responsabilità non sara’ dei palestinesi.

Come direbbero molti di voi, furono i palestinesi nel 1947 i responsabili perché non si ebbe una soluzione con due stati. Questa volta e’ invece responsabilita’
degli israeliani e nessuno potra’negarlo.”

Traduzione di Gennaro Corcella – AssoPacePalestina

Info. lmorgantiniassopace@gmail.com

www.assopacepalestina.org

Settimana Conferenza Internazionale a Bili’n, di Franco Dinelli

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Settimana Conferenza Internazionale a Bili’n

Arrivo

Lascio Ramallah dopo la giornata passata qua con Abuna Faysal, Resi e gli amici melchiti e la visita alla scuola di musica di Al Kamanjati. Parto con un taxi insieme ad una donna danese partecipante alla conferenza. Abbiamo una discussione sull’efficacia del movimento per il boicoattaggio di Israele (BDS). Le spiego le mie perplessita’ dopo i colloqui di ieri con gli amici di Ramallah. In pratica per tutti i palestinesi non e’ possibile boicottare i prodotti delle colonie ne’ rifiutare il lavoro in esse. Lei mi dice che nel suo viaggio tutti le hanno chiesto di proseguire col boicottaggio. Ci lasciamo con l’idea che ne riparleremo nel pomeriggio.

Arriviamo per primi con un gruppo di francesi, norvegesi e svedesi. Il luogo dell’incontro e’ sul vecchio percorso del muro in vista del muro attuale. Al di la’ le colonie si presentano come sempre, in continua espansione. In questo caso palazzi a piu’ piani sono quasi completati. Una grande tenda bianca con foto di Murwan Barghouti, Abu Ammar e un martire del posto. Sotto di essa possono stare circa 1000 persone a sedere. Ci sono tre cabine con traduttori in italiano, inglese e francese.la traduzione funzionera’ a volte bene a volte meno. Dietro la zona pasti e caffe’ con banchetti che vendono prodotti palestinesi. Mi registro e attendo che la conferenza inizi. Nel complesso l’organizzazione e’ soddisfacente.

Partecipanti

Piano piano la tenda si riempe. Partecipano molti gruppi internazionali. C’e’ anche una delegazione dall’Italia portata da Luisa Morgantini. I palestinesi sono numerosi. Vedo fra gli altri Hafez da Tuwani e Fathy del Jordan Valley Movement. Annunciano che ci sono delegazioni di rifugiati dalla Siria, Libano e Giordania.

Piu tardi arrivano gli israeliani. La teraza gamba della conferenza. Ci sono ad esempio gli anarchici contro il muro, Gush Shalom con Adam Keller e poi Warschawski. Alla fine credo abbiano partecipato, anche se non continuamente, circa 1000 persone. Infine Morgantini mi dice che ci sono tutti i consoli europei.

Relazioni

L’inizio e’ intriso di molta retorica nello stile arabo. Dopo un’introduzione dell’organizzazione, prende la parola una esponente del movimento popolare delle donne. Morgantini ,mi dice che e’ la prima volta che questo accade. Poi parla il pri,o ministro Fayyad. Inizia con il nominare la donna  che lo ha preceduto, riconoscendo il ruolo delle donne e del movimento popolare di Bilin. Sostiene che lo spostamento del muro rappresenta l’inizio della fine dell’occupazione. Poi parla al Quartetto che si riunisce nei prossimi giorni e chiede la fine della colonizzazione e la nascita effettiva, con poteri reali, di uno stato palestinese. Discorso concreto non retorico e di durata non eccessiva.

Segue dopo il coffe break una parte dedicata ai movimenti popolari a cui partecipa Fathy che denuncia le ONG che sudditanti a Israele destinano gli aiuti solo a zone di tipo A mentre loro stanno costruendo in zone C, cosa unica in Cisgiordania. Poi una giovane avvocatessa inglese analizza la situazione da un punto di vista legale. Sostiene che questa e’ una occupazione con caratteristiche di apartheid. Dettagli si possono trovare sul sito di Al Haq. A Tuwani un attivista ebreo mi ha detto che Israele sta fra due linee: l’annessione e la accettazione di uno stato palestinese. Dice che si muove fra questi confini che sono le vere due linee della bandiera.

Il pomeriggio e’ occupato da un workshop per discutere su boicottaggio e normalizzazione. Partecipano due donne palestinesi (Khalida Jarrar e una giovane di nome Linda), Warschawski e Morgantini. La discussione e’ vivace e per nulla scontata. Le donne palestinesi con Warschawski e Moragantini sostengono in modi diversi l’importanza che ognuno lavori sulla propria realtà. Le donne palestinesi poi sostengono che BDS vada perseguito in modo forte.  Parlano di rifiutare ogni iniziativa che non parli chiaramente di occupazione. Warschawski dice che i palestinesi dettano l’agenda e che gli attivisti israeliani devono supportarli. Moragantini non si e’ detta completamente d’accordo, sostenendo cje gli internazionali possono avere un ruolo loro specifico di lotta contro ogni occupazione nel mondo. Keller tira in ballo il problema del diritto al ritorno. Sostiene che vada in parte accantonato se si vuole convincere gli israeliani disposti al dialogo. Warschawski e gli anarchici dissentono fortemente.

Seguono le domande dei partecipanti. Forse andavano spezzate. Sono troppe e si capisce poco, la traduzione comincia a perdere colpi. Si parla infine di boicottaggio culturale come boicottaggio di iniziative israeliane culturali intese a nascondere l’occupazione e le responsabilita’ di Israele. C’e’ chi come gli anarchici e’ su posizioni piu forti e dure e chi come Keller che e’ piu sfumato. Alcuni internazionali hanno perplessita’ al riguardo per il fatto che bisogna cercare dialogo con la realtà israeliana disposta a esso. Parlo con un ebreo svizzero che ha familiari a Tel Aviv e assomiglia a Moni Ovadia. Lui crede poco nel boicottaggio economico. Invece crede che la cultura per Israele e’ come lo sport per il sud Africa. Per cui pensa che il boicottaggio culturale possa essere una chiave importante.

Finisce la giornata con la proiezione di un film molto interessante che consiglio di vedere. Si intitola The Law in These Parts. Si tratta di una lunga intervista a vari giudici della corte suprema alternata a spezzoni di filmati d’epoca. Molto efficace e chiara per capire l’uso della corte per la gestione dell’occupazione col fine di dare una patina legale che potesse dara credito agli israeliani di essere una vera democrazia.

Conclusioni

Direi che, aspettando i prossimi giorni a Hebron e Jerusalem Est, la conferenza ha presentato aspetti positivi da segnalare. In ordine sparso:

Larga partecipazione di internazionali, israeliani e palestinesi, compresi i consoli.

Il ruolo che le donne stanno prendendo. Almeno quattro le speakers ufficiali con alcune moderatrici.

Consapevolezza dei ruoli diversi che le tre componenti hanno nei rispettivi contesti.

Per la prima volta la conferenza non si svolge solo a Bili’n ma in tre luoghi diversi per allargare la partecipazione e favorire la conoscenza fra i palestinesi. Difficile ma spero sia andata a buon fine.

Infine discussione aperta e franca sulle strategie da usare al fine di concludere l’occupazione.

Manca forse una riflessione sulle reali possibilita’ del boicottaggio in un territorio cosi’ dipendente da Israele, con una forte corruzione e interessi clientelari creata dall’occupazione, e con il forte appoggio economico di US e in parte Europa. Manca anche una analisi che affronti la cosa anche dal punto di vista sionista per trovare strategie efficaci.

Infine come dice Hafez, nonostante la stanchezza la gente vuole continuare a vivere e a resistere. A prendere possesso degli spazi propri come fa Badia e il Youth Centre a Hebron e dei propri diritti con consapevolezza nuova e mezzi culturali. Noi dobbiamo continuare ad aiutarli facendo conoscere le loro istanze con le stesse modalita’ che loro adoperano e portando qua gente.

Franco Dinelli

 

CASO GUNTER GRASS Il nervo scoperto di Israele

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CASO GUNTER GRASS

Il nervo scoperto di Israele

Moni Ovadia –  su Manifesto 11 Aprile 2012-04-11

Alcuni giorni fa il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ha pubblicato un poemetto di Günter Grass. Il poemetto politico-didattico, dal titolo  “ Quel che deve essere detto “ punta il dito contro Israele  per il suo poderoso armamento nucleare mai dichiarato, ma la cui esistenza e consistenza sono ormai provate oltre ogni dubbio e che, a parere dello scrittore, rappresenta un pericolo in sé a fortiori  a causa delle intenzioni dichiarate dal governo Nethanyahu  di voler lanciare un attacco preventivo contro gli impianti nucleari di Tehran, sospettata di voler costruire un ordigno atomico.  Come era prevedibile lo scritto ha scatenato un putiferio.

Il Nobel tedesco è stato sommerso da ogni sorta di critiche e di accuse infamanti, da antisemita  a seminatore di odio contro Israele, a casa, nel mondo, e naturalmente nella stessa Israele.   Il J’accuse di Grass coinvolge anche il suo paese, la Repubblica  Federale Tedesca, a suo dire, complice di Israele per avergli fornito un sottomarino attrezzato per la dotazione di testate nucleari, e l’Occidente intero per la sua ipocrisia e per il suo doppiopesismo.   Il governo di Israele ha reagito come sua consuetudine nel più stupido dei modi, ovvero dichiarando Grass persona non gradita nel paese e, per dare maggiore credibilità al bando, ha tirato fuori i brevissimi trascorsi del Nobel in divisa da SS a 17 anni.  Per promulgare lo stesso Bando  contro l’ebreo Noam  Chomsky, definito dal New York Times “verosimilmente il più importante intellettuale vivente “ quel surplus d’infamia non era necessario.  Alcune delle più lucide menti dell’opposizione hanno commentato così il provvedimento, Tom Segev ha scritto “ Basso livello  di tolleranza……delegittimare chi critica è una tendenza molto pericolosa, autocratica e demagogica”. Nethanyahu e Lieberman sono bravissimi in questo. Ogni voce contraria è subito indicata come segnale di antisemitismo.  Ma se davvero ci mettiamo a distribuire i permessi d’ingresso secondo le opinioni politiche delle persone, finiamo in compagnia di Siria e dello stesso Iran”.  Gli scrittori Ronit   Matalon  e Yoram Kaniuk hanno dichiarato:  il prossimo passo è bruciare i libri “.

Ora è vero che Grass, nella foga della sua  Vis polemica l’ha fatta fuori dal vaso.  Ha omesso di dire che Ahmadinedjad, oltre ad essere un tiranno oppressore della sua gente, un giorno si e uno no minaccia di cancellare dalle carte geografiche Israele.  Lo scrittore ha anche esagerato pesantemente le intenzioni di Nethanyahu  attribuendogli la volontà di radere al suolo l’intero Iran, mentre l’obiettivo è quello di distruggere le sue potenziali dotazioni nucleari.  Ma non pochi autorevoli esponenti dell’establishment israeliano, fra i quali esponenti dei servizi segreti, ritengono che un simile attacco incendierebbe l’intero Medioriente  coinvolgendo, volenti o nolenti, gli Stati Uniti e chissà quanti altri con  conseguenze incalcolabili e certamente disastrose.

Ma il vero  Nervo scoperto di tutto l’affaire Grass,  per quanto riguarda i Nethanyahu  e i Lieberman  di turno, non è l’ antisemitismo, né il presunto odio per Israele.  Queste accuse, a mio parare, sono solo un mediocre Cocktail di folklore e propaganda.  Il merito del contendere è l’assoluta indisponibilità a qualsiasi forma di controllo dell’arsenale nucleare israeliano da parte di chicchessia.  Il sistema di potere dello stato di Israele pretende  autoreferenzialmente  di essere al di sopra di qualsiasi straccio di legalità internazionale al riguardo di certe questioni sensibili e segnatamente la sicurezza in tutte le sue declinazioni.

 Solo che ormai, se ci si sintonizza sulla linea d’onda del governo israeliano, è impossibile distinguere fra realtà  e propaganda, la propaganda è ormai una sorta di metastasi della realtà.  L’Occidente, ipocrita per convenienza,  si comporta come le celebri tre scimmiette:

“ Non vedo, non sento,  non parlo”.  Per informazioni sulla patologia dei governanti israeliani  è utile  informarsi  presso i Palestinesi.

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Circolare nazionale aprile 2012

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CIRCOLARE NAZIONALE APRILE 2012

a cura della Rete di Noto, Avola, Pozzallo

Carissimi,

            questo mese l’incarico di redigere la circolare nazionale è toccato a noi siciliani.  E noi abbiamo pensato di raccontarvi due storie, una lontana ed una vicina.

Sulla terra, tema a noi caro (un tempo – ed a volte ancora oggi -  eravamo chiamati   spregiativamente “terroni”. Ma questo non ci dispiace se il nostro modo di essere richiama quello della gente della terra) . Terra è quella che sta sotto i nostri piedi e ci da sostegno, dove stanno le radici e che fa crescere  la vita. La terra ci alimenta ed è Madre di tutti gli esseri viventi. Su di essa si posa l’aria e scorre l’acqua E tutti gli esseri vi trovano Vita.  La terra è di Dio e se” il chicco di  grano non marcisce nella terra e non muore non porta frutto…”. Il grano che poi diventa pane sulla nostra tavola e la nostra vita se va in profondità e si apre al mondo.

Un profondo legame con la terra è quanto sente intimamente ogni contadino, persino quando è sfruttato e si spezza la schiena sotto il sole cocente ( “che colpa ne ha l’uva?”, diceva anni fa un bracciante ad un altro che con stizza verso il padrone lasciava dei grappoli non raccolti). E’ quanto sentono i Mapuche e tutti i popoli originari. Ma quello sulla terra non è un discorso bucolico. E’ un discorso duro, come le tante pietre dei nostri monti Iblei. Ha a che vedere con l’inquinamento e l’abbandono delle campagne, l’emigrazione ed i prodotti che ai contadini vengono pagati un nulla ed al mercato sono tanto costosi. Ha a che vedere con le multinazionali che acquistano terre nel sud del mondo, depredano le risorse locali e scippano ai popoli indigeni il loro sapere antico. Ha anche a  che vedere con la fame e le guerre. E con una globalizzazione che non divide più il mondo fra Nord ricco e sud povero, ma ha creato tanti Nord ricchi e tanti sud poveri in tutti i Paesi del mondo.

            “Da Google a Dio”. Così il giornale “MU” di Buenos Aires titola un suo articolo dell’ ottobre  scorso quando racconta  la vicenda di una comunità mista di campesinos  Mapuche  e “criollos “(discendenti dalle unioni  tra indigeni e spagnoli) che vivono nella precordigliera delle Ande, a 300 km dalla capitale dello stato di Neuquen, Patagonia, tra cime innevate, ruscelli e pascoli grandi per le loro capre.

Ai limiti della sussistenza, conducono una vita dura e semplice, soggetti ai soprusi dei latifondisti, appoggiati dal potere locale che nega il loro diritto costituzionale alla terra dove vivono da generazioni.

Attorno a Josè Maria D’Orfeo, parroco di Loncopué e a Viviana, missionaria laica, essi hanno trovato la forza per unirsi e lottare insieme per i loro diritti.  E noi, come Rete Radié Resch li accompagniamo sostenendoli con la condivisione delle spese e dell’amicizia.

Ecco che tra il 2007 ed il 2008 iniziano dei movimenti strani: camionette inaspettate, luci nella notte, esplosioni improvvise. “E nessuno sapeva niente”- afferma P. José Maria. “Egli indagò prima nella sua coscienza, poi in Google ed infine si rivolse a Dio, davanti al Governatore, al sindaco e funzionari : “Poniamo nelle tue mani, o Signore, la sofferenza, l’angustia che ci hanno provocato i tentativi di sfruttamento minerario a cielo aperto, che sono proibiti nei paesi più sviluppati del mondo e che oggi le imprese straniere vengono a sfruttare in paesi come il nostro dove la legge permette loro di fare quello che vogliono, contaminare le nostre terre ed i nostri fiumi a nessun costo, portandosi la ricchezza dei nostri suoli nei loro paesi “. Si trattava di un progetto di  miniera di rame a cielo aperto, altamente contaminante dell’aria, del suolo e delle acque, per cui era già stata autorizzata un’impresa cinese e che avrebbe comportato l’abbandono della terra da parte dei campesinos.

Alla fine di questo incontro si avvicinò l’avvocato  Cristian Hendrickse  unendosi a loro. Perché contro la miniera a cielo aperto? “Mi avevano offerto di difendere le imprese minerarie. Avevo chiesto: contaminano?- Mi fecero un gesto ovvio. “E allora- dissi- vado a lavorare dall’altra parte del banco”. Così Cristian cominciò a collaborare con la Mesa Campesina e l’“Assemblea dei vicini autoconvocati”, redigendo  anche il testo della legge d’iniziativa popolare previsto dalla costituzione in rifiuto della miniera a cielo aperto. E poi tutti insieme con tutto quello che era possibile fare: mobilitazioni, assemblee pubbliche, manifestazioni e blocchi stradali, coinvolgimento dei mezzi di comunicazione…  Infine la sospensione dei lavori e l’ammissione al referendum popolare cittadino, che però all’ultimo momento il sindaco sospende. E che ancora non si fa…” “Qui rivoluzionario è fare rispettare la legge, nemmeno il  modificarla. Rispettare la costituzione ed i trattati internazionali, perché la verità è che la legge che vale è sempre quella di chi governa, che fa quello che vuole. L’iniziativa popolare ed il referendum dimostrano che il grande legislatore è il popolo. Delegare il potere è un’irresponsabilità…” “Uno vuole più democrazia diretta, partecipazione nelle decisioni ed essere persone libere. In tutti questi casi è sempre la società civile quella che interviene attraverso assemblee ed altre forme di organizzazione, perché politici e funzionari sistematicamente giocano a favore delle miniere. E’ un tema tanto importante che non lo si può lasciare nelle mani dei politici, quando quello che vogliamo è poter vivere tranquillamente e liberamente con le nostre famiglie… “

            La storia “vicina” è quella dei “Forconi”, movimento di agricoltori, nato in questa terra e proprio nella nostra vicina città di “Avola”  e che a Febbraio di quest’anno ha incendiato la Sicilia, bloccandola per una settimana intera, quando allo sciopero ed ai blocchi stradali si sono uniti anche i camionisti.

Tanto se ne é parlato, della disperazione degli agricoltori  schiacciati da una crisi economica troppo forte, ed anche facilmente si è posto l’accento sulle infiltrazioni “mafiose” (anche da parte della confindustria dell’isola). Tanto da mettere in secondo piano il significato della lotta (anche nella mailing list  della RRR giungevano commenti negativi da parte di amici del nord).

“Ci hanno detto di tutto e di più”- arringava Mariano Ferro (leader del movimento), durante un recente comizio in una piazza di Avola gremita- “ci hanno anche detto che siamo mafiosi. Ma il popolo siciliano è stanco e finalmente si è svegliato e pretende il cambiamento. Assedieremo il Palazzo fino a quando avremo ottenuto quanto chiediamo”. Ed in effetti nei primi giorni di Marzo circa diecimila manifestanti accerchiano Palazzo dei Normanni (sede del Parlamento siciliano) e lo occupano per una settimana, insieme ad alcuni sindaci. Lombardo, il Presidente della regione, li riceve con diffidenza e vaghe promesse. Ma si sa, gli agricoltori sono gente concreta e soprattutto disperata e lo inchiodano alle loro richieste.

            Chi sono i Forconi e cosa vogliono? Chiediamo a        P. Giuseppe  Di Rosa, ispiratore del movimento, soprannominato dai media “Don Forcone”, nostro amico e vicino alla RRR.

Egli ci racconta che il movimento nasce diversi anni fa  dalla delusione prima e  dalla  disperazione oggi dei medi  proprietari  terrieri che alla fine degli anni ’90, in un’ottica di agroindustria, grazie anche a forti incentivi, avevano investito creando aziende agricole moderne ed efficienti, raggiungendo  un livello di vita soddisfacente. Ma essi  non reggono di fronte alla crisi economica ed alla globalizzazione dilagante. Ora la fa da padrone la Grande distribuzione che importa, esporta, acquista dove il prezzo e più basso e non importa la qualità. Non c’è più interesse a produrre in Europa. Conviene farlo, ad es., in Nord Africa, i costi sono più bassi, la manodopera costa meno e ci sono  meno controlli. Poi i prodotti (anche il pomodoro “ciliegino” che aveva fatto la fortuna dei coltivatori di Pachino) vengono importati spesso taroccati come prodotti siciliani e a prezzi stracciati, distruggendo la produzione ed il mercato locale (esattamente come ha fatto per tanto tempo l’Europa con l’Africa, diciamo noi…) E loro si sono indebitati fino al collo e non sanno più come fare (vittime poi degli strozzini della SERIT che riscuote i debiti con interessi del 36% e con pignoramenti di mezzi, capannoni e case…).

Cosa vogliono i Forconi? Prima di tutto controlli e norme antitaroccaggio (tracciabilità ed etichette), dilazionamento dei debiti a condizioni meno pesanti. E poi una politica locale e nazionale che non sacrifichi l’agricoltura della Sicilia e del Sud. Infine, l’attuazione dello Statuto siciliano, ancora disatteso dopo più di cinquant’anni di autonomia. E se il governo dell’isola non vuol fare nulla, “che vadano tutti a casa”.

Il movimento si sta arricchendo di altre componenti (artigiani, commercianti, pescatori, ecc). e si trova ad un bivio: diventare un’organizzazione forte di pressione o darsi un progetto politico.

Oggi, pensiamo noi,  è soprattutto un movimento di pressione e rivendicazione, che deve crescere se non vuole appiattirsi e ripiegarsi su se stesso. E che per questo non può darsi per obiettivo il ritorno a quell’agroindustria di cui sono stati rappresentanti, perché quel modello non può più reggere. Il movimento, se vuole diventare progetto per tutti deve crescere e porsi altre prospettive. “ Non può non fare i conti con il problema delle risorse e dell’ambiente  e con la necessità di un’agricoltura diversa”. dice P. di Rosa.

E intanto  egli, che per fine anno, nell’ambito dell’ attività della scuola di formazione socio-politica diocesana, propone un incontro con “Serge Latouche”,…conclude “sarebbe bello un collegamento tra i Forconi ed i campesinos di Loncopué…”

 e comunque tutto

Un affettuoso saluto

gli amici del gruppo locale

Noto, Avola, Pozzallo

Praticando la disobbedienza civile: Conferenza di donne Palestinesi e Israeliane del 10 marzo 2012

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Praticando la disobbedienza civile:

Conferenza di donne Palestinesi e Israeliane del 10 marzo 2012

Intervento  di NuritPeled-Elhanan

Vorrei dedicare le mie parole alla memoria di un bambino di cinque anni, Milad, nipote di Wael Salame, uno dei fondatori del movimento Combattenti per la pace, morto in un autobus in fiamme all’incrocio con la colonia di Adam. Gli abitanti dell’insediamento non hanno inviato una squadra di soccorso e hanno rifiutato di mandare ambulanze. Nessuno li ha portati davanti alla giustizia per questo. Nessuno li ha giudicati e nessuno li ha arrestati. L’indifferenza dei “ladri di terra” davanti a bambini che bruciano fino alla morte alle porte della loro casa non è diventato il titolo principale di un giornale o telegiornale che sia. La ragione è che il comportamento razzista degli israeliani non fa notizia. Piuttosto è stata la norma per sessanta anni e più. I bambini israeliani vi vengono educati. Siamo stati tutti educati in questo modo – a scuola, a casa, nei movimenti giovanili, nella letteratura e teatro, nell’arte e nella musica. Più di venti leggi razziste approvate lo scorso anno con quasi nessuna opposizione, tranne che delle loro vittime, ci ha colpito come un fulmine a ciel sereno. Queste leggi sono l’espressione da parte del più insensibile degli Establishment di norme che sono state in vigore de facto da quattro generazioni. Già nel 1948 il poeta Natan Alterman aveva già denunciato l’apatia del pubblico ebraico di fronte ad “‘incidenti delicati” per i quali il vero nome, per inciso, è omicidio”. L’attuale Parlamento israeliano (la Knesset) ha semplicemente tolto la maschera dalla faccia dello Stato, quando ha fatto le sue ripetute dichiarazioni che non si farà più finta di nulla. Da decenni il progetto sionista di colonizzazione della terra e di giudaizzazione ha richiesto la rimozione dei palestinesi in un modo o nell’altro, attraverso leggi o per mezzo della violenza, e ora non vi è più alcuna necessità di coprire tali obiettivi supremi e di mascherarli con parole vuote sulla democrazia o sulla sicurezza o ancora su presunti diritti storici. Tutti noi siamo mobilitati, volontariamente o inconsapevolmente, nel progetto della giudaizzazione della terra e tutti noi abbiamo memorizzato, da quando abbiamo iniziato a memorizzare, l’assoluta necessità di uno stato ebraico con una maggioranza ebraica in Terra d’Israele. E la Terra di Israele, come tutti noi ben sappiamo, comprende lo Stato di Israele, i territori palestinesi e molto di più. Non ci sono mappe in Israele dove si faccia riferimento a “Lo Stato di Israele”. Tutte le mappe riportano “La Terra di Israele”. Già tre o quattro generazioni, i bambini israeliani hanno studiato su libri che contengono mappe che mostrano i territori palestinesi come parte della Terra d’Israele, come area priva di colore, priva di istituzioni e di persone; una zona antica che è in attesa e desiderosa di essere colonizzata dagli ebrei – o almeno dai non-arabi. Da generazioni i bambini israeliani hanno appreso che i loro vicini – sia che si tratti di cittadini palestinesi di Israele o sudditi dello Stato di Israele, spogliati dei loro stessi diritti umani – non sono altro che un terrificante problema demografico e una minaccia alla sicurezza. Quegli stessi bambini sono cresciuti, il loro concetto di verità e giustizia e fratellanza umana è stato offuscati dalla  loro educazione razzista; sono cresciuti fino a diventare quei politici e generali che ora dichiarano apertamente e con l’arroganza di tutti i potenti capi ciò che una volta era velato con ipocrisia: che l’altra faccia del progetto di giudaizzazione è l’eliminazione del popolo palestinese, sia con proiettili di gomma che con proiettili veri, con le bombe o con le leggi; come afferma il principio fondamentale dei Kibbutz ebraici ogni membro della comunità è tenuto a contribuire al progetto sionista in base alla propria capacità, se necessario. Negli ultimi anni il progetto di giudaizzazione ha assunto maggiore slancio rispetto al passato, grazie principalmente al sostegno palese e sfrenato degli Stati Uniti e dei ricchi paesi d’Europa.

Nel 2009 il Tribunale Russell sulla Palestina è stato istituito al fine di chiedere che i paesi d’Europa smettessero di essere complici con lo stato occupante e quindi forse tentando di evitare una Terza Guerra Mondiale. Nel mese di ottobre 2011 il Tribunale, che era stato simbolicamente convocato a Città del Capo, ha dichiarato che Israele ha istituito un regime istituzionalizzato di dominio equivalente ad un sistema di apartheid, così come definito dal diritto internazionale. Israele sta discriminando e eliminando un intero popolo per motivi di tipo razziali, in maniera sistematica e istituzionalizzata, per cui ogni collaborazione con Israele dovrebbe essere interrotta.

La definizione giuridica di apartheid è una situazione in cui sono presenti 3 componenti:

1) Due distinti gruppi razziali possono essere identificati; 2) “atti di disumanità” sono perpetrati dal gruppo dominante contro il gruppo assoggettato, e 3) Tali atti sono impegnati in modo sistematico, con una somministrazione istituzionalizzata in cui uno dei gruppi è governato dall’altro.

Il Tribunale ha ascoltato la testimonianza sugli atti che costituiscono “atti di disumanità” nei confronti del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane:

• Controllo delle loro vite con mezzi militari.

• Incarcerazioni arbitrarie e prolungate detenzioni amministrative illegali.

• Violazioni dei diritti umani, negando loro il diritto di partecipare alla vita politica, economica, sociale e culturale dello Stato.

• Ai rifugiati palestinesi viene impedito di tornare alle loro case, e le leggi di Israele facilitano la confisca dei loro beni e la negazione dei loro diritti umani.

• I diritti civili e politici dei palestinesi vengono negati o ristretti in modo arbitrario.

• Dal 1948 Israele ha mantenuto una politica di occupazione e di colonizzazione e di conseguenza di espropriazione della terra palestinese.

• L’assedio e il blocco della Striscia di Gaza, come una punizione collettiva della popolazione civile dell’area.

• Attacchi sui civili per mezzo di operazioni militari su vasta scala.

• La distruzione delle case dei civili, senza alcuna ragione legata a motivi di sicurezza.

• Il grave danno causato alla popolazione civile dal Muro di separazione in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est

• L’evacuazione forzata e la distruzione di case nei villaggi beduini non riconosciuti nel Negev.

• Costanti pratiche di tortura e maltrattamenti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

• Varie forme di trattamento crudele, inumano e degradante, in particolare: restrizioni ai movimenti che sottopongono i palestinesi a umiliazioni da parte dei soldati israeliani tra cui casi di donne palestinesi costrette a partorire ai posti di blocco; 17 demolizioni di case come forma di trattamento inumano e degradante, con gravi conseguenze psicologiche per uomini, donne e bambini.

• L’intero sistema legale israeliano stabilisce un divario enorme tra ebrei israeliani e arabi palestinesi, con legislazioni progettate per favorire gli ebrei israeliani e mantenere gli arabi palestinesi in una situazione di inferiorità.

Tutto ciò è definito dal Tribunale come crimini contro l’umanità. Inoltre il Tribunale ha rilevato che a differenza della normativa approvata in Sud Africa che risultava essere esplicita e palese, la legge israeliana è caratterizzata da ambiguità e dall’inaccessibilità di molte leggi, ordinanze e regolamenti militari. Ma noi sappiamo che tutte le leggi e i regolamenti dello Stato di Israele, siano essi ambigui o chiari, sono destinati a cambiare il volto di questo luogo, trasformandolo da un bel e fertile paese del Medio Oriente, terra di colline verdi, melograni e ulivi, a un conglomerato mostruoso di insediamenti residenziali presumibilmente occidentali, costruito a immagine e somiglianza dei suoi residenti – brutto e brutale -, il loro unico obiettivo essendo quello di coprire con asfalto, acciaio e cemento tutte le colline che hanno a lungo resistito alle prove del tempo. L’unico modo per combattere questa tendenza é attraverso un radicale rifiuto delle leggi razziste dello Stato Ebraico democratico, e soprattutto insegnando ai nostri figli che hanno il sacrosanto diritto democratico di dire di no al male, no all’ignoranza, no all’apartheid, no al servizio militare nell’esercito di occupazione e no alla collaborazione con la pulizia etnica.

Dobbiamo respingere il termine stesso di “Stato Ebraico e democratico” e soprattutto, rimuovere la congiunzione “e”, che non è solo una congiunzione, ma una “e” sequenziale – vale a dire: “ebreo” viene prima, e solo successivamente viene “democratico “- o una ” e “di condizionalità, per cui solo quando lo stato sarà completamente ed interamente ebraico, allora esso potrà essere democratico.

Nel frattempo stiamo vivendo in uno stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la democrazia. Noi che non siamo cresciuti con la democrazia e a cui nessuno può insegnare i valori della democrazia stessa, che siamo stati educati a pensare che lo sfruttamento, il saccheggio, le bugie, la discriminazione e il massacro siano l’essenza stessa della democrazia, abbiamo bisogno di ammettere apertamente che stiamo vivendo e abbiamo sempre vissuto in uno stato di apartheid che rappresenta un pericolo per tutti noi. Uno Stato che educa i ragazzi e le ragazze alla violenza senza limiti e all’indifferenza verso le sofferenze di bambini intrappolati in un autobus in fiamme. Se non agiamo, allora siamo destinati a trasformarci nei coloni di Adam, diventeremo come coloro che gettarono il corpo ferito di Abu Omar Jariban sul ciglio di una strada a morire di sete, e anche noi allora saremo classificati nella categoria dei criminali di guerra.

Se non alziamo la bandiera della ribellione oggi, in pochi anni persone come noi – se vogliamo rimanere come siamo adesso – saranno ammassate in campi di detenzione o prigioni. La libertà di parola che già oggi è pericolosamente ristretta sarà eliminata del tutto, e poi, come Sami Chetrit ha scritto: il poeta non decanterà più i suoi versi, non canterà più, non lo farà nemmeno cinguettando.

Per concludere, un aneddoto: Quando l’Arcivescovo Desmond Tutu salì sul podio ad accogliere il Tribunale Russell a Città del Capo, il presidente Pierre Galand annunciò che ai sensi dei regolamenti del Tribunale, non ci sarebbe stato alcun applauso. Tutu, chiedendo una deroga per consentire gli applausi per il presidente onorario del Tribunale Stéphane Hessel, si voltò verso il pubblico con un sorriso e disse, “è perché abbiamo disobbedito a leggi come questa che noi sudafricani abbiamo fatto tanta strada.”  Speriamo di arrivare anche noi così lontano.

Tradotto dall’ebraico da George Malent.

Tradotto dall’inglese da Elisa Reschini – Associazione per la Pace

Info lmorgantiniassopace@gmail.com

 

8 marzo 2012, ancora streghe

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ADISTA 10.03.2012

8 marzo 2012, ancora streghe

di Giancarla Codrignani*

A Bologna, un islamico osservante ha sentito «impuro» il proprio rapporto con una donna cristiano-ortodossa e ha tentato di decapitarla «come Abramo fece con Isacco» (la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica).
Non è solo un caso di fondamentalismo maniacale. In questi giorni, si apre a Palmi un processo di stupro che testimonia il persistere italico della maledizione di Eva: a San Martino di Taurianova una bambina di 12 anni (che oggi ne ha 24 e vive so.o protezione perché alcuni dei persecutori che ha denunciato erano mafiosi) per anni è stata considerata da tutto il paese la colpevole degli stupri di gruppo, delle violenze e dei ricatti subiti e anche il parroco a cui aveva tentato di confidarsi giudicava peccatrice una dodicenne violata che solo la penitenza poteva redimere.
Sembra incredibile, ma nella santità delle religioni albergano tabù ancestrali che gli studi antropologici e le secolarizzazioni non sono riusciti a eliminare. Sono i tabù peggiori perché responsabili dei pregiudizi sessuofobici e misogini che, sacralizzati, hanno prodotto, nel nome di dio, discriminazioni e violenze.
Nel terzo millennio le religioni dovrebbero andare in analisi e domandarsi quanto la
sessuofobia e la misoginia insidino nel profondo la loro possibilità di futuro. Il conce.o di “purezza” che ha represso, nell’ipocrisia mercantile e proprietaria dei valori familiari, milioni di ragazze non è nato certo dalla scelta delle donne. Alla Lucy delle origini, mestruata e responsabile della riproduzione, non sarebbe mai venuto in mente di sentirsi sporca o colpevole. Forse percepiva già come colpa, certo non sua, la violenza che connotava la bassa qualità di molte prestazioni maschili. Tanto meno, quando si fosse inventato il diritto, avrebbe distinto i “suoi” figli in legittimi o illegittimi. Eppure si continua a credere che la mestruata faccia ingiallire le foglie e inacidire il latte; in Africa, in “quei giorni”, è confinata in capanne speciali per non contaminare le case; a Roma Paolo la voleva velata e zittita, mentre i papi, forse senza sapere perché, le hanno vietato di consacrare. Siamo ancora qui, a fare conti sul puro e l’impuro e a ripetere il capro espiatorio nel corpo di qualche altro Isacco per volere di
qualche Abramo che credeva di interpretare Dio, di qualche altra Ifigenia proprietà di
Agamennone padrone della sua morte.
Noi donne non siamo certo migliori degli uomini, ma nelle società maschili permangono residui di paure che neppure Darwin ha fatto sparire. I responsabili delle religioni che intendono salvare la fede per le generazioni future debbono purificarle dalle ombre del sacro antropologico: il papa cattolico deve non condannare, bensì accogliere come servizio di verità nelle scuole un’educazione sessuale che dia valore all’affettività non solo biologica delle relazioni fra i generi e al rispetto delle diverse tendenze sessuali; l’islam che fa imparare a memoria fin da piccoli le sure del Corano, si deve rendere conto che i tabù violenti producono strani effetti se un uomo si sente un dio punitore davanti a donne-Isacco; i rabbini dovrebbero fare i conti con Levy Strauss e smettere di chiedere autobus separati per genere e di insultare le bambine non velate; in Cina e in India non si deve perpetuare l’insignificanza femminile trasferendo gli infanticidi delle neonate alla “scelta” ecografica, mortale solo per le bimbe.
Sono tutte scelte di morte. Per ragioni di genere.
Ma, se la responsabilità delle religioni monoteiste è particolarmente grave per l’immagine anche non raffigurata di una divinità di fatto maschile, più precisa è quella dei cristiani. Si è detto infinite volte: perché il nostro clero, ancora così pronto a chiedere cerimonie riparatrici per spettacoli che non ha visto, non pensa ad evangelizzare i maschi invece di sospettare costantemente peccati di cui non può essere giudice, condannato com’è al masochismo celibatario per paura della purezza originaria della sessualità umana?
C’è un salto logico – certamente non illogico per le donne che stanno leggendo i pezzi sull’8 marzo – ma anche la società civile persevera troppo nel negare rispetto al corpo delle donne: i tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila) sono rientrati in servizio nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”…

* Saggista, già parlamentare della Sinistra Indipendente

Adista – Stampa articolo http://www.adistaonline.it/print.php?id=51359
2 di 2 05/03/2012 18.23

VALSUSA – LA RESPONDABILITA’ DELLA POLITICA: Sospendere i lavori e dialogare

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 APPELLO – LA RESPONDABILITA’ DELLA POLITICA:

Sospendere i lavori e dialogare

Luigi Ciotti e Livio Pepino  ( giurista, componente del Cons.Superiore della Magistratura)  – Primi firmatari  - Su Manifesto 3 Marzo 2012

Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della Valle, la situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell’intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa maniera, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell’ordine, popolazione.

I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione  non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti.  Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità.  Ma non ci si può fermare qui.

Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti)  o riducendo la protesta della valle (di tante donne, uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza) a una questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell’ordine.

La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa.  La costruzione della linea ferroviaria  e delle opere ad essa funzionali, è una questione non solo locale, riguarda anche il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali.  Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere.

Oggi è ancora possibile.  Domani forse no.

Per questo rivolgiamo un invito,  pressante alla politica e alle autorità di governo, ad avere responsabilità e coraggio.  Si cominci col ricevere gli amministratori locali, e con l’ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali.  Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro  decisioni “indiscutibili” perché altrimenti non è dialogo.

La decisione di costruire la linea ad alta velocità è stata presa oltre venti anni fa.  In questo periodo tutto è cambiato : sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo.  I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice. E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l’opera è ormai inevitabile. L’Unione Europea ha riaperto la questione dei fondi,  dei progetti, e delle priorità, rispetto alle Reti trans europee, ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo.

Lo stesso accordo intergovernativo tra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l’intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.

Dunque aprire un tavolo di confronto reale  su opportunità, praticabilità, e costi dell’opera e sulle eventuali alternative, non provocherebbe alcun ritardo, né alcuna marcia indietro pregiudiziale.  Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica.  Un tavolo pubblico con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell’interesse di tutti.  Perché tutti abbiamo bisogno di capire per  decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.

Un governo di tecnici non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza.  Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto, a quelle concernenti la candidatura italiana per le Olimpiadi).

Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi ascoltando i molti “tecnici” che da tempo stanno studiando il problema, di non deludere tanta parte del paese, di dimostrare con i fatti che l’interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti.  Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.

Primi firmatari: Don Luigi Ciotti, Livio Pepino, Ugo Mattei, Marco Revelli, Giovanni Palombarini (giurista),  ecc.


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