Ronit: L’israeliana che non sopportava l’ipocrisia che nasconde l’occupazione

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Ronit: L’israeliana che non sopportava
l’ipocrisia che nasconde l’occupazione

Ronit Dovrat ci ha lasciati. Ronit era una donna coraggiosa, una militante pacifista ed un’artista di valore. Ho conosciuto Ronit durante la settimana dei bambini del mediterraneo , ad Ostuni, nel 2001. Era la prima volta che incontravo una pacifista israeliana. Ero abituata a soldati e soldatesse israeliani che trattavano tutti con estrema brutalità senza distinzione di età, condizione di salute o altro, e fu per me sorprendente conoscere una pacifista radicale come Ronit, la sua straordinaria umanità. Con lei scoppiò una specie di amore a prima vista. Il giorno del nostro incontro parlammo per ore senza interruzione, e come se ci conoscessimo da sempre, ci siamo raccontate le storie e le vicende familiari di ognuna. Mi raccontò di Rokitne, il paese natale di suoi nonni in Ucraina e del viaggio che aveva fatto con Noam, il figlio, e sua cugina per ricordare tutti gli abitanti del paese , che furono prima raggruppati e poi ammazzati in piazza dai nazisti. Mi raccontò della sua lunga militanza politica in Israele e insieme agli studenti e ai professori dell’università di Birzeit,in Palestina, negli anni settanta, e soprattutto del suo amore più grande, Noam, un figlio tanto desiderato e cresciuto con molto affetto e attenzione, un ragazzo bello come il sole.

Ronit aveva scelto di lasciare Israele perché non riusciva più a viverci, si rifiutava di far
parte di un sistema coloniale e si era stancata dell’impotenza della sinistra, pur lasciando dietro diversi affetti e molti amici che avevano condiviso con lei la militanza e il pensiero politico era decisa di farsi una vita altrove, prima a Parigi e dal 1987 ad oggi in Italia con Umberto.
In Italia Ronit ha costruito una salda rete di amicizia, era capace di farsi voler bene da
chiunque non solo per la sua simpatia, ma soprattutto
per la sua immensa umanità. Nel 2002 durante la brutale incursione dell’esercito Israeliano in Cisgiordania lei è stata una delle pochissime persone che riusciva a starmi vicina, mentre la mia famiglia stava sotto l’assedio a Ramallah, mi sfogavo con Ronit, piangevamo tanto al telefono e quando potevo mi rifugiavo a casa sua, cosi ci facevamo forza a vicenda.
Lei, Umberto e Noam erano la mia seconda famiglia. In quel periodo siamo andate a tenere dibattiti in diverse città e spesso gli organizzatori si arrabbiavano con noi perché ci dicevano: abbiamo chiesto una donna Israeliana e una donna Palestinese, non due Palestinesi!

Ronit non sopportava questa ipocrisia e il fatto che diversi organizzatori insistevano a mantenere l’apparato coloniale dell’occupazione israelianatramite il “bilanciamento demografico” la faceva andare in bestia.

Ronit era non solo una appassionata pacifista, ma un artista con grande talento. Avrebbe potuto fare una carriera brillante in Israele, dove le sono state offerte diverse opportunità , non ultima l’anno scorso come direttrice di un museo. Ma ormai lei aveva scelto, e qui in Italia ha prodotto numerose mostre ed esposizioni che sono state molto apprezzate dal pubblico, anche se le sue geniali idee creative, il suo talento e il suo desiderio di dedicarsi totalmente alla pittura, hanno dovuto confrontarsi con la condizione di precarietà che vive L’Italia. E’ soprattutto grazie a Ronit che abbiamo fondato nel 2004 l’associazione Zeit ew Zaater, un associazione di Israeliani e Palestinesi contro l’occupazione israeliana in Palestina, dove ci siamo trovati in tante e tanti e sono nate delle amicizie intense che perdurano tutt’oggi , anche se l’associazione ahimè non ha fatto molta strada.

Ad Ottobre Ronit scoprì il tumore, prima al seno e poi in tutto il corpo, era ormai diffuso nelle ossa dalla testa ai piedi, malgrado lei avesse fatto tutti i controlli possibili negli ultimi due anni. Per sdrammatizzare e con il suo solito umorismo sarcastico mi disse ridendo: “sai finalmente mi sento un immigrata integrata, 1 donna su 3 ha il cancro al seno in Italia e io finalmente rientro in qualche classifica”. Il peggioramento delle sue condizioni di salute è stato purtroppo assai rapido.

Solo tre settimane fa sempre con quell’aria super scherzosa che sapeva trasmettere solo lei, ridevamo al telefono e mi ha chiesto di non farle un funerale triste e di alzare la bandiera della Palestina, ed è proprio ciò che abbiamo fatto.

Ciao Ronit, ti vogliamo bene.

                                                                                            Saleh Ruba

Ronit Dovrat, 12 Maggio 1955-15 Dicembre
2011, nata a Haifa, laureata nel 1978 in arte
all’istituto HaMiDRASHA per insegnanti d’arte
di Ramat Hasharon (attualmente Beit-Berl)
a Tel Aviv.

1 gennaio 2012  – www.bocchescucite.org – numero 140

Circolare nazionale – Gennaio 2012

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Circolare nazionale – gennaio 2012
a cura della rete di Roma

Carissimi,
all’inizio del nuovo anno l’umanità è consapevole che mai il pianeta si è trovato ad affrontare nei millenni una crisi tanto difficile e complessa. La paura del futuro diventa assillante ed è motivata.
Poiché l’errore più grande – restare inerti  senza reagire – sarebbe dannoso e aumenterebbe le nostre inquietudini, occorre allora compiere una analisi approfondita delle cause che hanno provocato lo sfascio. Nel nostro paese c’è molto da riflettere e da capire se si vogliono individuare i guasti e cercare di sanarli; se si riuscirà nell’intento si potrà tornare a sperare e ritrovare una collocazione dignitosa nel consesso delle nazioni. Fiduciosi che intanto l’Europa e altri risolvano i loro problemi.
L’Italia dovrà faticare per emergere dalla palude in cui è affondata negli ultimi tempi;  specie da quando un imprenditore spregiudicato, dopo essersi affermato con l’appoggio complice del craxismo nel mondo degli affari, si è imposto in politica annullando l’effimero rinnovamento della società appena iniziato con la stagione di Mani pulite. Con la complicità stavolta della maggioranza degli italiani, abbagliati dalle mirabolanti promesse di costui, si è presto ripiombati nel malcostume diffuso e nella corruzione capillare. Negli ultimi anni gli italiani non si sono neppure resi conto che la crisi economico-finanziaria, nata altrove ma in via di espansione, rischiava di travolgere anche l’Italia a causa dei suoi difetti strutturali, del suo enorme debito pubblico, della inattendibilità del governo e dei partiti tutti.
La società italiana aveva cominciato ad ammalarsi poco dopo la rinascita del dopoguerra e la promulgazione della Costituzione repubblicana, frutto dell’ammirevole lavoro dei costituenti e dell’ atmosfera antifascista e resistenziale di allora. La Carta rappresenta ancora oggi il caposaldo della nostra democrazia e va perciò difesa strenuamente dagli assalti alla sua integrità intensificatisi negli ultimi anni ad opera della destra.
I decenni di dominio democristiano, densi di scandali, tentati golpe, strategia della tensione, stragismo fascista e infine terrorismo nero e rosso spesso venato da mille ambiguità rimaste avvolte dal mistero, avevano portato in auge la corruzione e la pratica delle tangenti, dapprima giustificate col finanziamento (illecito) dei partiti e poi divenute mezzo di arricchimento personale. Così la prima repubblica si spegneva indecorosamente nelle aule giudiziarie avendo posto le premesse di una seconda repubblica peggiore della prima, mentre in precedenza qualcosa di buono si era avuto: lo statuto dei lavoratori, l’inchiesta parlamentare sulla P2, il forte richiamo di Enrico Berlinguer alla “questione morale”.
Fu del tutto naturale che la questione posta sul tappeto dal segretario del PCI fin dal 1981 venisse criticata e presto dimenticata dal momento che la corruzione si era diffusa nella società e nelle istituzioni divenendo sistema. Si bersagliarono i moralisti – in realtà per colpire il principio di moralità – col vecchio ritornello “non si può cedere al moralismo”. Quando le responsabilità di membri della classe dirigente emergevano con chiarezza si ricorreva se possibile alla formula “non è questione penalmente rilevante” assolvendo così i responsabili da ogni addebito, permettendogli di perseverare e di fare scuola.
“Elogio del moralismo” è il titolo di un volumetto di Stefano Rodotà da poco in libreria (Laterza) in cui sono raccolti alcuni suoi scritti pubblicati in anni recenti. Il noto giurista, già deputato per la Sinistra indipendente e poi presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, sostiene che per ripristinare la legalità occorre una persistente, diffusa intransigenza morale di cui si facciano paladini i cittadini onesti e coraggiosi.
Nella premessa ricorda che il cardinale Dionigi Tettamanzi nel lasciare la diocesi di Milano ha dichiarato: “Gli anni della cosiddetta Tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtrop-po la questione morale è sempre d’attualità”.Più avanti scrive che il moralismo non è una protesta degli illusi fine a se stessa ma sta diventando azione e proposta politica; e cita ad esempio l’impresa dei cittadini di Parma che, manifestando a oltranza nelle piazze contro l’illegalità e l’immoralità della giunta comunale, hanno costret-to alle dimissioni sindaco e assessori. “Dove la politica ufficiale era distratta o complice, la loro voce è stata determinante. Certo, poi è venuta la magistratura con i suoi arresti. Ma prima v’era stata la politica” (pag. 7).
Si deve sempre tenere a mente che il nostro paese e le sue istituzioni non hanno mai combattuto in radice la corruzione; né hanno molto tenuto in onore l’imperativo morale. Se dopo l’unità l’Italia aveva conosciuto l’onestà rigorosissima di un Quintino Sella, si era presto dovuta abituare a convivere con la corruzione (denunciata con vigore da Silvio Spaventa) e con il trasformismo instaurato da Agostino Depretis, e assistere, a fine secolo, agli scandali bancari dove restò coinvolto Giovanni Giolitti. Questi dette in seguito prova di saper governare piuttosto liberalmente, ma il Salvemini lo criticò per l’uso che aveva fatto nel meridione, in campagna elettorale, dei suoi famosi “mazzieri”.
Dunque, fin quasi dalla nascita, ben prima della dittatura fascista e dei tanti anni di primato democristiano (durante i quali però si tentava di salvare le apparenze e non si esibivano certo senza pudore illegalità e immoralità), questo paese non è stato un campione di virtù civiche, rivelandosi incapace di seguire l’esempio di altre nazioni democratiche che, inquinate anch’esse da una notevole corruzione, evitano di farla crescere e divenire caratteristica del sistema politico. In Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, diversamente dall’Italia, i politici e gli amministratori colpevoli di malversazioni oppure di condotta privata sconveniente, se scoperti, danno le dimissioni o vi sono costretti e, se è il caso, vengono perseguiti penalmente.
Da noi invece la strategia è quella di sottrarsi ai controlli, oltre che di indire campagne mediatiche – con una forzatura logica – per riconoscere solo al governo e al suo capo tutti i poteri (il presidenzialismo nella sua versione peggiore), mentre nel contempo si intensificano gli attacchi al Quirinale, alla magistratura, alla Corte Costituzionale, cioè agli organi garanti della democrazia repubblicana e della moralità pubblica.
Oggi si è turbati giustamente dalla grave crisi finanziaria, si discute molto sul governo dei  professori, sui loro limiti e pecche, come si dubita della strana maggioranza che lo sostiene di malavoglia; si critica da più parti la manovra appena approvata, al solito ponendo la questione di fiducia. Tutto vero e perciò preoccupante, ma si trascura ancora troppo la necessità di intraprendere con fermezza un radicale rinnovamento dei costumi della classe dirigente e di buona parte degli italiani. Il disprezzo della moralità è piaga antica nel nostro paese; negli ultimi decenni si è addirittura incancrenita.
“Che fare?” si chiede Rodotà, e tenta una risposta: “per ricostruire una moralità pubblica, prima ancora di porre mano a regole più severe, bisogna praticare una sana intransigenza, non difendere ad ogni costo i propri fedeli perché fuori è accampato il nemico, non camuffare i rapporti d’affari intrattenuti dai politici da legittime relazioni professionali o sociali” (pagg. 43-44”).
Non basta quindi il triplice “resistere” di borrelliana memoria al malcostume imperante; si deve intervenire tutte le volte che se ne presenti l’occasione con l’intento di favorire un cambiamento profondo dei costumi e delle abitudini quotidiane in conflitto con la moralità. Buoni esempi per fortuna non mancano: malgrado i rischi, vari magistrati, imprenditori, giornalisti, amministratori rifiutano i compromessi o peggio. Gli aderenti alla Rete Resch e tantissimi altri, uomini e donne impegnati nella solidarietà, nel volontariato, nel soccorso a chi chiede aiuto e giustizia, tutti sentono di doversi mobilitare per una svolta vera, sapendo che si tratta di una lotta aspra e lunga, forse costellata di sconfitte generatrici di dubbi penosi, ma da vincere.
Con questo proposito guardiamo al 2012, augurandoci vicendevolmente di saper affrontare il futuro con la speranza dei giusti.
Mauro Gentilini

Pace giovane, di Alex Zanotelli

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Mosaico di Pace – EDITORIALE DICEMBRE 2011 (ALEX ZANOTELLI)


Pace giovane

“In piedi allora, costruttori di pace”, gridava all’Arena di Verona nel 1989 il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello, allora presidente di Pax Christi Italia e fondatore di Mosaico di Pace. “Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nel Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale!”. E concludeva: “Coraggio! Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere, ma neppure costruire, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del Vangelo, che la nonviolenza attiva è un criterio di prassi cristiana e che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremmo lucignoli fumiganti invece di essere ceri pasquali”.
Coraggio, giovani! Riprendete in mano l’antico binomio biblico: pace e giustizia. È lo stesso papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2012) che vi invita a educarvi vicendevolmente alla pace e alla giustizia. “La pace oggi – amava dire don Tonino Bello – si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato”.
Giovani, vorrei chiedervi perdono perché noi adulti vi consegniamo un mondo gravemente malato.
La Terra sta gemendo sotto un sistema economico-finanziario che permette al 20% della popolazione mondiale di papparsi l’83% delle risorse del pianeta, con la conseguenza di un miliardo di affamati (dati FAO). Quello che permette al mondo ricco di continuare a ‘banchettare’ davanti a tanta miseria è la sua superiorità in armi. Infatti, nel 2010 abbiamo speso 1.640 miliardi di dollari in armi. Si tratta di 3 milioni di dollari al minuto! In Italia lo scorso anno abbiamo investito nel settore 27 miliardi di euro! Tutto questo pesa enormemente sull’eco-sistema e ci sta portando a una paurosa crisi ecologica. Il pianeta non ci sopporta più. Gli scienziati ci danno 50 anni per salvarci.
Giovani, tocca a voi cambiare un sistema di morte che uccide per fame (50 milioni all’anno!), per guerra (4 milioni di morti nella sola guerra del Congo!) e uccide il pianeta.
Giovani, tocca a voi inventare un altro sistema che permetta a tutti di vivere e al pianeta di respirare.
Giovani, qui ci vuole cuore e intelligenza. Nessuna generazione ha avuto le potenzialità informatiche e scientifiche che ha la vostra.
Giovani, ritornate a sognare, a sognare ‘alto’ perché nasca un mondo ‘altro’!
Giovani, vi dedichiamo questo numero monografico di Mosaico di Pace per alimentare i vostri sogni che un mondo altro è possibile.
Giovani, con le parole di don Tonino Bello vi diciamo: “Siamo chiamati ad essere i ‘Re della pace’, non gli schiavi della guerra. I ricompositori dei piatti sbilanciati della giustizia non i garanti del disordine legalizzato. Svegliamoci, principi della Pace! Ogni inerzia è tradimento della nostra missione. Ogni indugio è diserzione del nostro ruolo messianico. Tocca a noi liberare tutte le creature, gemendo per le doglie del parto, dalla corruzione del peccato e della morte”.

I SIMBOLI DELLA NATIVITA’

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I SIMBOLI DELLA NATIVITÀ

I particolari della nascita del Figlio di Dio sulla terra affiorano spontanei alla memoria: la grotta, la man­giatoia, la Vergine, gli angeli e i pastori, il supremo silenzio della notte santa. La loro presenza nella me­moria commossa e pensosa si è talmente impressa in noi che possiamo in piena onestà domandarci se quanto si compì circa duemila anni or sono non si attui an­che in noi, in maniera tale che i segni della notte san­ta non operino in noi l’evento della nascita della Pa­rola eterna: come a Betlem così nei cuori consapevoli il Fanciullo eterno nasce, seguendo gli stessi ritmi della sua nascita nella grotta.

La grotta

Il simbolo precede e segue il Rivelatore, come se ne fosse la parte integrante, come se, senza di esso, l’ope­ra del Rivelatore rimanesse incompleta e non potesse dare il suo pieno significato alle coscienze in attesa.

Da millenni l’uomo è abituato a pensare per imma­gini, anzi spesso l’immagine precede il pensiero; casi da millenni l’immagine della grotta, della spelonca è familiare alla mente.

Nella storia simbolica dell’umanità la grotta segna l’aprirsi di nuovi cicli umani, collettivi e personali. La grotta di san Benedetto, le grotte di Greccio e della Verna, le grotte dei numerosi eremiti segnano l’ini­zio di trasformazioni compiute nella coscienza di al­cuni figli predestinati dell’umanità e insieme di nuo­vi rapporti dell’uomo e delle cose.

Per atavismo l’uomo porta in sé la memoria della cavità nella roccia, del tepore protettivo della tana do­ve fu accolto e protetto nei primordi della sua esisten­za. Mentre dalla spelonca ancestrale uscì l’uomo fi­glio della terra, da quella di Betlem uscì il Figlio di Dio e dell’Uomo, il portatore del regno di Dio.

Il piano divino nel suo svolgimento non prevede il caso, ma predispone gli eventi, così che ogni cosa sia pienamente concatenata perché sia rivelata alla mente la certezza che tutto è pieno di significato, di una re­condita armonia prestabilita da una volontà sapiente.

Nella grotta il Fanciullo nasce fuori della civiltà co­struita dall’uomo, fuori della cultura ufficiale; il sa­cerdozio, detentore delle conoscenze che preannun­ciavano e indicavano il luogo della nascita, non si muo­ve nel momento della nuova Rivelazione, il potere po­litico si agita e cerca di sopprimerla.

E dobbiamo tornare alla grotta di Betlem per ri­pensare che le vie di Dio non sono le nostre. La grot­ta è la disarticolazione di quella fiducia che ci fa rite­nere assolute le nostre culture e le nostre civiltà. Dal­la grotta l’Inatteso, il Nuovo erompe improvvisamente, riempiendo il mondo di vita non immaginata né im­maginabile per novità di forme e intensità di vigore trasformativo.

La Vergine

L’immagine della Vergine ricorre, nelle tradizioni di tutti i popoli, collegata con la grotta, dal cui inter­no scorre una sorgente dai poteri miracolosi. Basta per noi cattolici pensare alle non rare grotte che segnala­no l’apparizione della Vergine, e alle acque sorgive sa­lutari che sgorgano o dentro o nelle vicinanze. Anche questo segno ha preceduto la Rivelazione cristiana e nel momento in cui si compie ve lo troviamo in una forma che accoglie tutte le prefigurazioni e le espri­me in una maniera insuperabile.

La Vergine è la terra pura, incontaminata, non in­quinata da germi umani, cosicché in essa e da essa la Vita può riprendere il suo intenso e fecondo corso. Come la grotta è l’archetipo di ogni rinnovamento dei cicli della vita umana che in essa ritrova d principio e un nuovo abbrivo, così la Vergine è quella della spo­gliazione totale di ogni pregiudizio, egoismo, di ogni opera dell’uomo per raggiungere una completa offer­ta nella purezza di un desiderio interamente devolu­to allo Spirito.

La Vergine è la terra intatta che diventa perfetta ri­cettività delle energie divine, e insieme attività trasfor­matrice e generatrice della Verità. II significato della Vergine-Madre è nella sua qualità di «essere niente» ­«Sia fatto di me secondo la tua parola» (Lc 1, 38), dice la Vergine all’angelo -; il suo io non è separato, la sua azione non è affermazione di se stessa nella conquista, ma offerta e abbandono di sé al volere divino.

 Il Fanciullo

Nella grotta incontriamo la Vergine-Madre e il Fan­ciullo adagiato nella «mangiatoia». La mangiatoia di cui parla l’evangelista Luca non è la greppia delle no­stre stalle, ma la cesta che serviva ai pastori per por­tarsi dietro il cibo per le lunghe soste nei pascoli. La Vergine-Madre depose il Figlio nella sporta per il ci­bo dei pastori, e anche questo è un «segno» di rico­noscimento del nuovo uomo, la cui novità si rivelerà nell’essere pane e vino per la fame e la sete dei cuori umili, dei pastori.

Nell’umile e necessaria sporta degli alimenti trovia­mo un Fanciullo fragile e indifeso. Egli rappresenta l’annullamento di tutte le immagini, di tutti i nomi con i quali l’uomo, potente e assetato di potenza, aveva rivestito il mistero di Dio. L’Onnipotente diventa im­potente, Fanciullo indifeso e bisognoso del tepore di un seno di Donna, di una culla; il Tremendo diventa dolcissimo; il Condottiero di eserciti, un Fanciullo fragile, attorniato di luce e di canti che invitano alla pa­ce.

Così la grotta, la Vergine-Madre, il Fanciullo sono i simboli dell’annullamento di quanto l’uomo ha tentato di costruire negando la semplicità e la sanità del­la vita.

La grotta, la Vergine-Madre, il Fanciullo sono il ro­vesciamento dei templi, dei riti, delle ideologie che nascano dall’affermazione di sé e dall’avidità.

In questa grotta vogliamo entrare anche noi per ri­conoscere il Fanciullo e la Vergine che vi si rivelano. Nella grotta non ci sono soltanto dei complessi di di­struzione e di libidine, di crudeltà e di paura, ma an­che un complesso divino, un complesso immacolato e verginale. Complesso questo più forte dell’istinto di conservazione, superiore alla sessualità: per esso l’uomo rinnega se stesso, rinuncia alla carne e al san­gue perché in lui Cristo divenga carne.

             (Giovanni Vannucci, LA VITA SENZA FINE, CENS, Milano 1991, pp. 25 – 28)

 

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Argentina dieci anni dopo. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici

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L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici

di Gennaro Carotenuto, lunedì 19 dicembre 2011, 01:16
Archiviato in: America latina, Argentina, Globalizzazione, Movimenti, Neoliberismo, Politica internazionale, Primavera latinoamericana, Primo piano

Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.

In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.

I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.

La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.

Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.

A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.

 

 

24° Convegno nazionale della Rete Radiè Resch

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Rete Radié Resch

 Associazione di solidarietà internazionale

24° Convegno nazionale – 30/31 Marzo – 1 aprile 2012

Hotel “Punta Nord” Torre Pedrera di Rimini

 

 

BENE COMUNE, MOVIMENTI E POLITICA

 

 

 

 

 

Venerdì 30

marzo

ore 17.30

Saluto della Segreteria.
proiezione del film “EL ORO O LA VIDA” con titoli in italiano e guida del Guatemala. E’ presente padre Clemente Peneleu.

 

 

 

ore 21.00

“Bene comune, movimenti e politica”

 

Relazione di Ugo Mattei

 

Sabato 31

marzo

ore 9.00

 

 

           Testimonianze

 

Dalla Repubblica Democratica del Congo: Richard Kitenge, già referente di progetti della Rete      

Dall’Egitto: Sarah El-Sayed testimone della primavera araba          

Dalla Palestina: Faty, capo dei comitati popolari.

 

 

 

ore 15.30

 

 

 

           Tavola rotonda:

“Il bene comune come base di una politica alta e altra. Saperi ed esperienze critiche” con:

 

-Alessio Ciacci, assessore comune di Capannori (LU)

-Paolo Carsetti, segr. naz. Del Forum Nazionale dei Movimenti per L’Acqua

-Ellen Bermann, presidente delle Transition Town

 

conduce Massimo Cirri conduttore di Caterpillar su Radio 2

 

 

 

 

ore 21.00

Serata con Vauro e Vincino

 

 

Domenica 1

aprile

ore 9.00

RELAZIONI

da Haiti, Willot Joseph

dal Brasile, Patrola Josè Luis Rodriguez, del movimento Sem Terra.

 

Saluto di Egidia Beretta Arrigoni, Mamma di Vittorio

 

ore 12.30

 

 

Saluti finali a cura della Segreteria.

 

 

 

 

Sono presenti 3 ragazze del GAPA di Catania che curano il Convegno dei bambinicon il “Corso di giornalismo”

 

L’albergo Punta Nord, Torre Pedrera di Rimini (tel. 0541-720227) è un Hotel a 4 stelle a 50 metri dal mare (vedi sito http://www.hotelpuntanord.it )

Facilmente raggiungibile. In auto: uscita autostrada Rimini Nord, raccordo per il mare. In treno: dalla stazione ferroviaria di Rimini prendere il bus 4 (passa ogni 12-15 minuti) che porta nelle vicinanze dell’hotel.

 

Costi:

·                   Pensione completa in camere a 2 o 3 letti, dalla cena di venerdì 30 marzo  al pranzo di domenica 1 aprile: Euro 89,00.

·                   Camera singola, sempre pensione completa per due giorni: Euro 110,00.

·                   Bambini da 0 a 2 anni: gratuito.

·                   Bambini da 4 a 11 anni riduzione del 50%; da 12 a 14 anni riduzione 30% (sempre in camera con i genitori).

·                   Terzo letto in camera con due adulti riduzione 10%

·                   Costo di un pasto disgiunto: Euro 20,00

 

Il pagamento della pensione dovrà essere fatto direttamente alla direzione dell’albergo durante il soggiorno.

 

 

Per le prenotazioni, possibilmente coordinate dal responsabile di Rete locale, rivolgersi a:

Iole e Ivano SARTORI,
tel. e fax:          049-8645538 (ore pasti e serali)

Email:               ivanoiolesartori@virgilio.it 

A partire dal 1 marzo 2012

 

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Campagna di pressione sui parlamentari per fermare le spese militari finalizzate alla guerra e all’acquisto dei cacciabombardieri F-35.

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Campagna: Manifesto Nonviolento

Promossa da: Associazione Peacelink

Campagna di pressione sui parlamentari per fermare le spese militari finalizzate alla guerra e all’acquisto dei cacciabombardieri F-35.

 

MANIFESTO NONVIOLENTO


Noi sottoscritti, singoli e associazioni,

CHIEDIAMO al governo di attuare il risanamento del bilancio statale a partire dal taglio drastico delle spese militari.

DICHIARIAMO CHE

- votare a favore di missioni militari volte a partecipare ad azioni di guerra all’estero viola l’articolo 11 della Costituzione

- non sosterremo politicamente con il voto i partiti che in Parlamento voteranno a favore dei finanziamenti per tali missioni o per l’acquisto di cacciabombardieri F-35, ovvero i partiti che si dichiareranno favorevoli alle suddette iniziative, se non rappresentati in Parlamento.

PRIMI FIRMATARI

SINGOLI:

Lorenzo Galbiati; Alessandro Marescotti; Michele Boato; Antonella Recchia; Laura Tussi; Lidia Giannotti; Nadia Redoglia; Marco Palombo; Giulio De La Pierre; Claudio Pozzi; Giuliano Falco; Enrico Peyretti; Pilar Castel; Tiziano Cardosi; Paola Merlo; Nicoletta Crocella; Ettore Acocella; Dante Bedini; Lino Balza; Franco Borghi; Valentina Conti; Luigi Guasco; Francesco Biagi; Renato Guarino; Antonio Vermigli; Pietro Lazagna; Alberto Cacopardo; Bruno Leopoldo; Manuela Iacopetti; Davide Bertok; Olivier Turquet; Paolo Bertagnolli; Mauro Biani; Alex Zanotelli; Emanuela Fumagalli; Pierluigi Ontanetti; Liliana Boranga; Giuseppe Lodoli; Antonio De Filippis; Paolo D’Arpini; Angelo Baracca; Vittorio Pallotti; Francesco Vignarca; Piergiorgio Rasetti; Gualtiero Via; Ernesto Celestini; Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo; Farshid Nourai; Francesco Lo Cascio; Gabriele Volpi; Giovanni Sarubbi; Alessandra Zaghini; Paolo Vachini; Matteo Zaghini; Aurora Perego; Marinella Correggia; Natalia Castaldi; Alfonso Navarra; Loretta Mussi; Antonio Lombardi; Gianfranco Aldrovandi; Massimiliano Pilati; Vittorio Agnoletto, già eurodeputato; Isabella Horn; Stefano Melis; Paolo Spunta; Alessandro Robecchi; Gian Mario Gillio; Duccio Demetrio; Diego Parassole; Virginio Bettini; Daniele Biacchessi; Alberto L’Abate; Maria Carla Biavati; Gianmarco Pisa; Dario Palini; Agnese Ginocchio; Gilberto Squizzato; Paola Bassi; Roberta Salardi; Gianni Scotto; Riccardo Troisi; Alberto Patrucco; Andrea Gallo; Maurizio Somma; Nella Ginotempo; Mao Valpiana; Francesca Spurio; Moni Ovadia; Maso Notarianni; Angelo Miotto; Donatella Coccoli; Annalisa Altini; Fabio Pipinato; Alessandro Capuzzo; Antonia Carone; Claudio Carrara; Paola Ciardella; Brunetto Salvarani; Elena Raina; Gianni Donaudi.

ASSOCIAZIONI:

Peacelink; Ecoistituto del Veneto Alex Langer; Stelle cadenti – Artisti per la pace; Donne per la Solidarietà – Scuola d’Azione per lo Sviluppo Sostenibile onlus; Roma Social Forum; Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute onlus; Centro Studi Umanisti Ti con Zero; Mondo Senza Guerre e Senza Violenza; Emergency ONG onlus; Circolo Vegetariano VV.TT; Rete Bioregionale Italiana; Freedom Flotilla Italia; Centro Pace comune Bolzano; Redazione di www.mamma.am;Associazione Popoli Minacciati; Associazione per la pace; Movimenti Civici; Redazione di www.ildialogo.org; Operazione Colomba – Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII; Associazione Kronos Milano; Un Ponte per…; Collettivo Nonviolento Uomo Ambiente Bassa Reggiana; Centro Studi Sereno Regis; Rete degli Ebrei Contro l’Occupazione; IPRI – Corpi Civili di Pace; ReOrient; Comunità San Benedetto; Casa della Pace e della Nonviolenza; Redazione di Pressenza Italia; Rete NoWAR; Movimento Nonviolento; WILPF – Italia; Peacereporter; Redazione di www.unimondo.org; Nigrizia; Redazione di Left – Avvenimenti.

Per adesioni: http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=90&id_topic=4.

APPELLO PER USCIRE DALLA CRISI

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Appello per uscire dalla crisi dopo il convegno di Firenze

L’ Europa può sopravvivere solo se cambia strada

La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto  dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica,  liberalizzazioni e bolle speculative,  perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze.  Alla crisi finanziaria le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili:  hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria  per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio (che saranno ora inseriti nei trattati europei).  I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi,  l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.

L’Europa può sopravvivere  soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’ eco  tra le forze politiche europee.

La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee, verso un quadro comune.  Proponiamo cinque obiettivi da cui partire.

- Ridimensionare la finanza.  La finanza all’origine della crisi, deve essere messa nella condizione  di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria deve essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà.  Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti del capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare una agenzia di rating pubblica europea.

- Integrare le politiche economiche.  Oltre al mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti  che sostituiscano il Patto di stabilità  e crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo.

- In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo.  La spesa pubblica – a livello nazionale ed europeo – deve essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici.

- Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso : maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità.  Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare  il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.

Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa.  Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento , e hanno portato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto, sia la creazione di un lavoro stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi, sia la democrazia e la contrattazione collettiva.

Proteggere l’ambiente.  La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia, devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo.

Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.

Praticare la democrazia. Le forme della democrazia rappresentativa e della democrazia sociale attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi.   A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie: Commissione E . Banca centrale, che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni  la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche  di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali, alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità  di essere protagonisti.  Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti, economici e sociali  di oggi, e gli assetti istituzionali  e politici che sono fermi a un’epoca passata.  L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione nell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.

Fare la pace.  L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile  della presenza di armi nucleari e di in quinto della spesa militare della spesa militare mondiale:  316 miliardi di dollari nel 2010.

Con gli attuali problemi di Bilancio, drastici tagli e razionalizzazione della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana

Anziché di proiezione di forza militare.  L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio Oriente,così come si era aperta ai paesi dell’est.  Si deve aprire ai migranti, riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.

Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti, che hanno costruito questo orizzonte diverso per l’Europa, devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.

Trent’anni fa, all’inizio della nuova guerra fredda tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica  già esistesse”.

Oggi nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia,  dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di una  Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.

 

Primi firmatari dell’Appello (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze) :

Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri,  Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti,  Vilma Mazza.

info@reteasinistra.it

 

 

CIRCOLARE NAZIONALE – DICEMBRE 2011

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CIRCOLARE NAZIONALE  – DICEMBRE 2011

RETE RADIE’ RESCH DI ALESSANDRIA

Care e cari,
l’ultima circolare del 2011 si colloca in un momento storico particolare: siamo ad una svolta epocale di cui ancora non vediamo gli esiti. La conoscenza critica e l’esperienza di relazioni affettuose ci possono guidare per capire ed agire.
Vorremmo partire dal commento ad un testo, considerato un nuovo programma per i movimenti: Ugo Mattei, Beni comuni un manifesto, Laterza, Bari, 2011.
L’autore insegna diritto civile all’università di Torino e diritto comparato internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici ed è legato alla nostra associazione da un filo rosso che parte dalla Costituente, (sarà con noi per aiutarci a capire i grandi mutamenti in corso al Convegno del 2012 a Rimini).       Per la Rete Radié Resch leggere il libro in questione è come ripercorrere un pezzo della propria storia. Sono vite di militanti che non si arrendono, di indigeni fratelli che difendono l’unico bene comune: la madre terra.
È dalla terra che Mattei parte per fare un escursus storico sulle recinzioni (enclousures) dei beni comuni prima in Inghilterra e poi altrove, ovvero di come furono sottratte a intere comunità terreni, boschi, prati, unico nutrimento dei contadini agli albori della modernità. La violenza del nascente capitalismo contro le comunità agricole ci ricorda l’avidità delle corporations nei confronti dei popoli dell’Amazzonia o dei Sem Terra in Brasile.
E’ un nuovo medioevo che ripercorre il dualismo tra Stato (che rappresenta il pubblico) e proprietà, paradigma del privato e fondativa del mercato.
Due modelli entrambi figli di un pensiero unico che ha come fine ultimo l’accumulo di capitale.
La contronarrazione invece si poggia sul concetto di bene comune, dai contorni allusivi, che meglio si comprende in chiave fenomenologica ed olistica. Il comune siamo noi, ovvero una categoria “autenticamente relazionale, fatta di rapporti fra individui, comunità, contesti e ambiente”. (ivi, p.62).
L’autore attacca in modo efficace il sistema consumistico, ovvero il bisogno privato di beni inutili favorito dal diffondersi del marketing.
È un colpo al cuore della modernità che si nutre di due entità (pubbliche e private) entrambe figlie della stessa struttura di dominio.
La nuova era che si apre è illuminata dai movimenti per i beni comuni, gli unici in grado di rendere soggetti critici i consumatori passivi. La strada da percorrere è “la dialettica del sapere critico”, ovvero la salvaguardia dell’università e della stampa. La lotta dura si svolge tra chi vorrebbe procedere ad una recinzione del sapere e dell’informazione e chi si vuole battere fino in fondo per affermare la natura di bene comune di entrambi.
Come si configura il sapere critico?
“Il sapere critico, infatti, non si produce in ambienti competitivi, ma prospera in comunità solidali, tendenzialmente egualitarie, portate a vedere i problemi nella prospettiva dei perdenti dei processi sociali e non a riprodurre la retorica dei vincitori”. (ivi, p. 76). E’ una definizione che affonda le proprie radici fin dalle lotte degli anni ’60, nell’università e nella fabbrica, e che oggi emerge nelle battaglie del movimento No Tav, No Dal Molin e nell’occupazione del teatro Valle a Roma, (anche l’arte insieme alla memoria storica e alla cultura è un bene comune).
Mattei esplicita l’importanza strategica di mutamento del diritto, a partire dalla commissione Rodotà e dall’applicazione dell’articolo 43 della Costituzione.
Il movimento per l’acqua pubblica ha segnato una svolta epocale: l’approccio tecnico giuridico alla nozione di bene comune ha collocato la giurisdizione italiana alle frontiere del dibattito internazionale per un processo costituente, al fine di dare un assetto giuridico al concetto di commons, (lo studio dei beni comuni, Governing the Commons, è valso il Nobel all’economia allo statunitense Elinor Ostrom).
La modernità politica è così colpita nel suo nucleo novecentesco, la forma partito: “Il comune costituisce un altro genere, radicalmente antagonista rispetto alla definizione esaustiva del rapporto pubblico/privato o Stato/mercato.” (ivi, p. 81). Il governo dei beni comuni si articola intorno alla diffusione del potere e all’inclusione partecipativa: esso si ispira all’ecosistema (democrazia ecologica), ossia ad una comunità legata da una struttura a rete che non appare né gerarchica né competitiva.
È un nuovo sogno che la Rete Radié Resch, entità viva nel vento della storia, ha profeticamente cercato di realizzare nelle sue microcomunità.
La “fine della storia” segna quindi la nascita di una nuova comunità che consenta relazioni olistiche e mutualistiche.

Maria Teresa Gavazza

Seconda Circolare Nazionale – Novembre 2011

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Seconda Circolare Nazionale – Novembre 2011

Rete di Pesaro

 Sappiamo tutti di vivere  tempi difficili, di crisi morale, politica economica , del lavoro dei diritti di chi lavora; ma se spingiamo lo sguardo più in profondità troviamo motivi  di timore che

concernono , per così dire l’umanità stessa dell’uomo di oggi o meglio delle generazioni che oggi si preparano per il futuro cioè i giovani. L’uomo è creatura plasmabile, educabile, ha bisogno di cura per diventare pienamente uomo. Oggi quale cura prestiamo all’uomo in formazione, quale adulto vogliamo che diventi?

Le istituzioni, famiglia, scuola, chiesa hanno presente che il problema esiste ( si parla da tempo infatti di emergenza educativa) , ma abbiamo il  timore che le strategie messe in campo non siano all’altezza del compito e ci viene il  sospetto che sia iniziata una vera crisi dell’uomo della sua identità , delle sue prerogative. Prima fra tutte della sua capacità di pensiero e quindi di critica, di usare della sua libertà. Chi opera nella scuola sa quale china discendente si sia intrapresa negli ultimi decenni in quanto alla possibilità di fornire agli alunni strumenti linguistici e logico- espressivi adeguati ( capacità di usare la lingua e articolazione del pensiero vanno pari passo).

Siamo di fronte ad una crisi dell’istruzione senza precedenti nella nostra storia nazionale e a un drammatico abbassamento del livello culturale delle giovani  generazioni perché la formazione organica dell’individuo sembra non interessare più nessuno, mentre si privilegia la somministrazione di “saperi” e abilità settoriali, funzionali ad un utilizzo sociale ed economico e perfino ad un controllo politico del’uomo stesso.  Infatti se un tempo il  potere  politico esercitava un controllo sociale negando e selezionando l’accesso alla cultura, oggi mira  allo stesso controllo mediante la diffusione della cosìddetta cultura di massa basata sull’imposizione di modelli funzionali allo stesso potere politico-economico dominante, anziché sulla libera critica
individuale.

Oggi, inseguendo miraggi di efficientismo ben lontani dalla realtà si vuole pensare la scuola come un azienda con presidi dirigenti  ( già qualcuno aveva preteso di gestire una nazione come un azienda!); si ricorrono tecnicismi didattici, soluzioni pseudomanageriali , si guarda alla produttività delle aziende-scuole e si rincorre il mito dell’oggettività della misurazione dei prodotti-studenti, nonché degli operai-insegnanti ( super valutazione dei testi Invalsi). Ma la formazione di una personalità umana richiede altro. L’uomo non è un  prodotto qualsiasi ma un mistero complessissimo e sbaglia quella società che lo vuole ridurre, semplificare perché il suo impoverimento ricade sulla società stessa. Infatti i paesi in via di sviluppo assegnano proprio alla scuola e all’educazione un ruolo di primo piano nelle loro speranze di trasformazione. Da noi invece non c’è la consapevolezza politica dell’importanza umanistica della cultura, come essa sempre è quando è autentica, cioè non separata dalla formazione globale dell’uomo.

Tagli finanziari indiscriminati che si traducono in diminuzione di ore d’insegnamento, scuole fatiscenti, classi super affollate rendono poi difficile il raggiungimento di qualsiasi obbiettivo anche solo informativo.

Che ne sarà dunque dell’uomo? Gli insegnanti sono di fronte ad alunni sempre meno capaci di codificare e di decodificare i messaggi della comunicazione, ironia della sorte proprio nell’era della comunicazione per eccellenza.

L’ex governatore di Bankitalia Mario Draghi nel convegno di Sorteano ( Siena) dell’ottobre scorso, parlando della crisi economica italiana, ha indicato al primo posto delle possibili soluzioni da lui suggerite “ un indispensabile del settore istruzione “ perché in Italia” lo stok di capitale umano è inferiore per qualità e quantità rispetto ai paesi con cui competiamo sul mercato”.

Occorre quindi che chi può, gl’insegnanti in primo luogo facciano  opera di opposizione strenua all’attuale tendenza e ricerchino insieme attivamente soluzioni alternative per frenare questa devastante deriva dell’istruzione in Italia.


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